Una mattina qualsiasi ti svegli e non sei quello di sempre, cioè quello che il mondo degli altri si aspetta da te: quello che si guarda allo specchio, si veste, si pettina, fa colazione al bar e va dritto al lavoro. Sei vuoto, in una dimensione slegata dai fatti, nello stato d’animo di chi è preso dalla sensazione di scoprire qualcosa.
Guardo il cellulare: sabato 01 novembre 2019.
È il giorno di ognissanti ma, diversamente da come fanno tutti, non ho voglia di portare fiori in cimitero, come se fosse solo oggi che i morti ti ascoltano.
In questo stato d’animo e senza una destinazione precisa, preparo lo zaino con l’attrezzatura fotografica e parto. Mi era già capitato di partire in questo modo, senza sapere di preciso dove andare; fu durante le riprese fotografiche del libro in B/N “VALCELLINA pubblicato in occasione dell’apertura della nuova galleria di collegamento, tra Montereale e Barcis (PN).
Maniago è sveglio. Tra me e me, penso: ecco, mentre tutti hanno una loro precisa destinazione, un devo fare, io non so cosa farò, mi sto orientando come l’ago di una bussola in cerca di un polo di attrazione.
Arrivato a Montereale, imbocco la strada della Valcellina. Un navigatore sconosciuto mi porta dritto, dritto davanti alla mia vecchia casa di Claut; quella casa con la targa commemorativa di Ruggero Grava (mio cugino) morto con tutti i suoi compagni di squadra nell’incidente aereo di Superga nel 1949; giocava con il numero 11 nella vecchia e gloriosa squadra del Toro.
Siamo nati entrambi in questa casa, lui nel 1922, io dopo sei mesi dalla sua morte e mi hanno dato il suo nome. Qui ho trascorso gli anni della mia infanzia e dell’adolescenza.
Apro il portone. Un raggio di sole, come una saetta, illumina l’andito inondandolo di luci e ombre. Rimasi per un attimo abbacinato, poi volsi lo sguardo di qua e di là, all’inizio con distacco e col fiato sospeso da questo salto temporale: il salto da una realtà esterna conosciuta e rassicurante ad una realtà interiore sconosciuta e interrogante. Di fronte a queste vecchie cose della mia infanzia, che si animano e borbottano in modo poco comprensibile, mi si stringe il cuore.
Era molto tempo che non aprivo il portone di questa casa e del mio passato. Non ho ricordi della mia infanzia e la cosa mi disturba molto. È come se, fosse mancata la luce:
Chi l’ha spenta? e perché?
Attendo, ascoltando il silenzio, con l’ansia che qualcosa emerga dal sottosuolo della memoria: niente. Ricordo che disobbedivo, questo si. Con il grembiule bianco scappavo dall’asilo perché le suore vestite di nero non mi piacevano; c’era qualcosa nel loro mondo e nel loro modo di fare che sentivo molto diverso dal mio: dalla voglia di giocare e dalla mia curiosità di bambino. L’asilo era poco distante da casa.
Tutto tace, ma questo silenzio senza tempo, parla. La sensazione è la stessa di quando apri un cassetto di vecchie fotografie di famiglia e guardi quelle immagini sbiadite con l’ansia di scoprire la verità dalle emozioni che i ricordi fanno riaffiorare.
Esiste la verità delle cose?
“…avete mai creduto all’esistenza delle cose? E che tutto non è un’illusione? C’è verità soltanto nei “rapporti”, e cioè nel modo in cui noi percepiamo gli oggetti e le persone”. Cit. Flaubert
Se nei “rapporti” che hai avuto durante l’infanzia, con genitori e parenti, hai vissuto una percezione di vergogna, di paura, di umiliazione o di mancato riconoscimento di valore (sfiducia), la tua mente, per difenderti da questi sentimenti dolorosi, ha rimosso quell’esperienza per fartela dimenticare, ma, da adulto, quando avrai bisogno di tutta la fiducia in te stesso e della volontà per poter realizzare un tuo importante progetto, l’automatismo mentale utilizzerà quella vecchia ferita: la percezione di sfiducia, che è diventata una convinzione, bloccherà la tua determinazione.
Purtroppo da piccolo non potevi fare altro: non avevi un io, così forte, da contrastare gli adulti, né la capacità di sopravvivere autonomamente fuori dalla loro protezione. Quindi, a causa di questo mancato riconoscimento di valore, ti rifugi in te stesso e ti difendi dietro l’unica emozione che può attivare il cervello del bambino: la paura, che diventa un meccanismo di protezione del tuo vero “essere”: paradossalmente la paura o l’ansia ti salva dall’angoscia del “non essere te stesso” e del non fare.
Non rimane che riprogrammare (rieducare) il cervello in modo che riprenda la naturale determinazione del bambino prima dei condizionamenti, ma questo è un altro argomento.
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Ognuno di questi vecchi oggetti è uno scrigno di memorie emotive, un ritorno improvviso di sensazioni vissute nel passato: Il fornello a legna con i suoi mestoli, sa ancora di profumo di polenta e brodo di gallina.
Gli adulti, incomprensibili nel loro agire quotidiano, sembravano uomini con tanto di quel potere che potevano vantare ogni diritto su di noi. Ma ero troppo piccolo per capire. Quando i grandi esercitavano la loro autorità, c’erano tanti dubbi, molta paura e tanta incomprensione di quell’agire autoritario senza spiegazioni. Nonostante ciò, da bambini godevamo di tanta libertà: prati, boschi e montagne erano i confini di un mondo da scoprire. Le cose per noi avevano un’anima, parlavamo con i legni trasformandoli in personaggi conosciuti o inventati. Giocavamo agli indiani e facevamo molte domande ma nessuno ci ascoltava. Sembrava che hai grandi interessasse solo che diventassimo come loro: adulti, obbedienti, fedeli alle tradizioni, futuri lavoratori dell’industria in crescita.
Tra le tante cose, una ci attraeva e ci incuteva timore, ingigantendo la nostra fantasia: le montagne attorno e le loro cime altissime. Ascoltavamo, di soppiatto, i discorsi di un bracconiere, mio vicino di casa. Un uomo magro, taciturno, calmo: viveva da solo in un mondo tutto suo. Parlava poco ma mi piaceva e mi sembrava sereno: di sicuro non soffriva di nevrosi perché non dipendeva da nessuno. Raccontavano che stava fuori a caccia nei boschi per due o tre mesi cibandosi di quello che cacciava e raccoglieva, dormendo in ricoveri di fortuna o nei casoni dei boscaioli. Nonostante ciò è morto a 98 anni ed ha fatto da guida a molti alpinisti d’oltralpe. Si chiamava Luigi Giordani detto Begareli. Fumava la pipa con tabacco di foglie di bosco seccate e triturate per bene. Una volta siamo entrati e ci ha fatto fare due tiri. Avevo 11 anni ed era d’inverno. Naturalmente, arrivato a casa, ho vomitato l’anima.
Entrando, sulla parete di destra dell’andito, troneggia ancora il bel quadro ad olio di un Setter, dipinto da mio fratello Egidio. Il quadro è attraversato da un cavo elettrico di piattina che scorre sopra le porte e lungo il soffitto per alimentare una lampadina di pochi volt ancora penzolante. L’altro è un ritratto di mio fratello Sergio durante la scuola di fotografia.
Guardo le grandi lastre di pietra, la vecchia panca scrostata e verniciata più volte da mio padre per coprire, diceva lui, la povertà di quell’oggetto di legno. Egli disprezzava ogni cosa che fosse di legno o che, nella sua mente, sembrasse vecchia: era dedito al commercio di legnami, viaggiava spesso ma il legno delle cose di casa lo considerava povero (ora capisco), così come i vecchi muri di pietra, secondo lui, indicavano arretratezza e una scarsa visione del progresso e del benessere che avanzava veloce. Erano gli anni 70, l’inizio dei consumi di massa, il trionfo del cemento, dell’intonaco, della plastica, della televisione e delle case fatte a cubo per la nuova “massa” operaia.
Frastornato mi siedo sulla panca con il cuore in gola, mentre riaffiora la sensazione del vecchio dolore vissuto dal bambino che si è “sentito” tradito e svalutato da chi doveva insegnarli il valore della libertà, dell’autonomia, della fiducia e della determinazione per realizzare sé stesso e i suoi sogni.
In questo stato di smarrimento la verità innonda la coscienza:
“Io valgo per quello che sono non per come mi hanno voluto gli altri”, ma questo il bambino e l’adolescente non era ancora in grado né di pensarlo, né di sostenerlo.
Bisogna imparare a riconoscere le ferite ed accettare la vulnerabilità, senza vergogna.
Qualsiasi forma di risentimento verso qualcuno (genitori e amori compresi), peggio se alimentati anche da un senso di colpa, ti tiene prigioniero del tuo passato impedendoti di guarire e realizzare i tuoi talenti.
Ecco perché, ai miei occhi di bambino, era apparso strano e incomprensibile il mondo degli adulti. Sembravano occupati in cose grandi e importanti e sembravano onnipotenti.
Oggi scopro che non è così, che gli adulti erano vittime dai quali ti saresti dovuto liberare e invece erano il tuo unico faro che ha spento la luce e ti ha rubato l’infanzia ad uso e consumo degli altri, invece di nutrirti per creare un individuo libero.
Walter Bonatti scrive: “…Gli esseri umani hanno bisogno di riprendersi le loro vite, di ritrovare la strada maestra (sé stessi): non tutti ci provano, in pochi ci riescono”
Questa verità era rimasta li, appesa ai muri per molti anni, silenziosa, impolverata, aggrappata agli oggetti che avevano assistito al dramma. Chissà, forse quei personaggi di legno, con i quali giocavamo e parlavamo, reali o inventati che fossero, mi hanno salvato dal peggio, mi sono serviti da compensazione della sfiducia: trasferivo in loro l’eroe che sognavo di poter essere.
Siate eretici
Ruggero Lorenzi
