1976 F.V.G. La mattina del secondo giorno del terremoto in Friuli, dopo aver stampato fotografie tutta la notte, incontrai a Udine l’inviato speciale di Epoca: Piero Fortuna. Guardò con attenzione le mie foto poi mi chiese che cosa volevo fare. Avevo 23 anni. Gli dissi che volevo fare il reporter per una testata come la sua. Dopo aver guardato le foto e saputo che avevo appena aperto uno studio di fotografia, mi disse: “tu non hai idea delle frustrazioni che subiscono i fotografi di una rivista come questa, destinata a dare le notizie che vanno bene alla proprietà del giornale e al pubblico che compra. Ho visto fotografie di guerra di pregevole valore artistico e umano che venivano cestinate a favore di un crocifisso in mezzo le macerie. Con le tue foto farei un libro. Pensaci, mi disse: coltiva il tuo lavoro e lascia perdere i giornali. Lavora per conto tuo, libero, fin che puoi.
Sarà perché in Piero Fortuna era rimasta intatta la genuinità e l’onestà friulane, vista la sua origine, sarà perché Epoca per me rappresentava il massimo delle riviste d’epoca (aveva dato spazio, come free lance, ai reportages di Walter Bonatti), in ogni caso quelle parole mi hanno lasciato un segno e mi hanno permesso di conoscere l’altra faccia di una medaglia che appariva diversa ad un giovane di 23 anni all’inizio della professione e della vita.
E così ho fatto. A quelle condizioni non ero disposto a sacrificarmi: lo avrei fatto da freelance e avrei coltivato la fotografia commerciale, come ho fatto, insieme a quella artistica.
Ogni nostra scelta ha sempre due facce: quella intima, fedele a te stesso, ai tuoi valori più profondi, alla tua vocazione oppure quella dell’omologazione sociale, vittima delle illusioni e della dipendenza, perché ciò che fai lo fai per un posto sulla ribalta.
Solo quando inizi a conoscere i tuoi bisogni più profondi puoi decidere le tue scelte, altrimenti ti adegui agli altri.
Oggi c’è bisogno di fotografi eretici.
Fotografi che sviluppino progetti nuovi soprattutto per ridare un ruolo artistico alla fotografia che, in un recente passato, ha subito prima il primato della pittura, poi il degrado della comunicazione visiva di massa e, ora, l’IA.
Oggi, se l’analfabetismo funzionale è quello che è, si deve ringraziare il condizionamento, che tutti i mezzi di comunicazione, con il loro contenuti, hanno esercitato dagli anni 60 in poi.
Non sono contrario al progresso, né alla tecnologia: sono contrario a quel sistema di sviluppo che tiene conto solo del PIL, sabotando (in tutti i sensi) la felicità dell’uomo, della donna e dei bambini.
Un grande abbraccio a tutti quei fotografi che, in un modo o nell’altro, stanno tentando di disobbedire alle illusioni del sistema, lasciando un segno, anche piccolo, senza necessariamente diventare schiavi dei media e della TV ma, semplicemente, cercando di crescere interiormente per esprimere sé stessi e non per apparire.
Più o meno ricchi non ha importanza, ma felici e motivati.
Adesso, tra covid, guerre e la rivoluzione tecnologica è il momento buono per porsi queste domande: Chi sono? Cosa voglio? Sto vivendo secondo i miei bisogni interiori o secondo quelli degli altri?
Una volta che lo scopri e decidi di seguire i tuoi bisogni, inizia questo meraviglioso viaggio per poter diventare l’autore dei tuoi progetti fotografici.
Siate eretici
Le foto che ti propongo sono alcune di quelle che ha visto Piero Fortuna.
Era il mio primo reportage per il Gazzettino di Pordenone. Avevo poco più di vent’anni e fu un inizio traumatico. Non riuscivo a fotografare. Per la prima volta mi sono trovato di fronte alla morte. Con il CNSA sono arrivato all’alba nella frazione di Pert a Forgaria e quello che ho visto mi ha bloccato lo stomaco e mi è salito un nodo alla gola (foto 1). Ho pianto. Ho pianto mentre iniziavano a liberare le macerie per ricuperare le vittime. Dopo un ora, come ho guardato nel mirino della fotocamere, ho sentito solo il bisogno di esprimere i segni di quel dolore e della catastrofe, di fronte alla quale, tutti in silenzio, facevamo quello che era necessario fare. Non volevo trasformare la morte in spettacolo, ma cogliere il dolore, la speranza (foto 2-3-4) e la memoria (foto 5). Così è nato, verso settembre, il libro.
Ancora oggi sento di ringraziare Piero Fortuna per il suo acuto e lucido consiglio durante quell’incontro di mezz’ora all’Hotel Astoria di Udine: era l’8 maggio 1976.
