PRIGIONIERI DELL’IMMAGINE

Ciao, mi chiamo Ruggero, sono nato in un piccolo paese delle dolomiti Friulane.  Fin da piccolo, ho sempre avuto il desiderio e la curiosità di vedere cosa ci fosse al di là delle creste delle montagne che circondano il paese. Chissà, forse questo “limite” fisico mi ha influenzato il desiderio di guardare oltre i limiti dell’orizzonte dello sguardo.
Sono un fotografo professionista con un bisogno di fare arte. Mi piace camminare e scalare le montagne. Sono nonno di Carlo, un bimbo vivacissimo di 10 anni che ha già voluto provare l’emozione dell’arrampicata nella falesia di Erto-Casso (Vajont) – PN.
Non ho girato il mondo come Salgado ma ho compiuto lunghi e burrascosi viaggi interiori; credo che anche quello di Salgado, tutto sommato, sia un viaggio interiore. Penso che le due strade, alla fine, conducano verso lo stesso intento umano: una indaga la sofferenza dell’umanità nel mondo, l’altra quella interiore dell’uomo.
Il fotografo non può risolvere la sofferenza del mondo: la racconta, ma, come individuo, può lavorare sui suoi traumi, sui condizionamenti e sulle convinzioni, che sono le condizioni mentali che ostacolano la sua crescita e limitano l’orizzonte del suo sguardo (vere e proprie montagne interiori da scalare).
In entrambi i casi, la fotografia, ha ancora molto da dire e desidero dare anche il mio contributo.

Dagli anni sessanta in poi, il frenetico sviluppo consumistico, senza controllo sulle ricadute, da una parte ha favorito la diffusione del benessere materiale ma, nel contempo, ha stravolto gli equilibri sociali: il comportamento e l’identità culturale, causando la diffusione di un problema psicologico di massa del tutto nuovo e pericoloso: la crisi d’identità. Crisi provocata dal trasferimento dei valori interiori dell’uomo dall’ESSERE (dal riconoscere se stessi in un contesto sociale di valori personali e culturali), all’APPARIRE (al riconoscere se stessi negli oggetti di consumo e nel potenziale di acquisto): valgo in rapporto a quello che ho e che appare, non in rapporto ai miei valori umani che fungono da “bussola” interiore delle relazioni umane.

La mancanza di dialogo interiore e il disagio che si è venuto a creare nelle ultime generazioni, ha reso le persone vulnerabili: facili prede del mercato delle illusioni. Tra le illusioni del sistema, la pubblicità è la più pericolosa; le sue immagini ti abbracciano, promettono di soddisfare i tuoi desideri, ti fanno sognare mondi astratti meravigliosi nei quali ti identifichi e ti immedesimi, creandoti il bisogno di apparire. Se non diventi consapevole di questa manipolazione mediatica, rischi di perdere la tua identità, la tua libertà e cadere prigioniero dell’immagine.
Intendiamoci, possiamo acquistare tutto quello che vogliamo (se possiamo farlo). Quello che sto cercando di dirti è che bisogna essere consapevoli per non diventare schiavi delle cose. Un conto è adoperare le cose per i tuoi progetti o per il tuo tempo libero, un’altro è servirtene per apparire diventando schiavo dell’immagine.

Questo panorama sociale è talmente diffuso da sembrare una norma, ma può diventare, per chi fotografa, un limite del proprio modo di guardare e vedere. A questo punto puoi scegliere e decidere di essere il fotografo o la fotografa che vuoi: o segui la corrente (perché ti piace così) o scegli di esprimere la tua personale verità interiore. Nessuno ti può giudicare.
Non importa se non ti accendono i riflettori, bastano gli apprezzamenti sinceri; ciò che conta è quello che senti tu: se ti senti bene e allineato con te stesso, con quello che sei e che vuoi, con i tuoi desideri, le tue idee, i tuoi valori, grazie ai quali le tue foto e la tua vita hanno un senso.

Dopo 40 anni di lavoro ho pensato e ho deciso di fare qualcosa della mia esperienza per contribuire a colmare quello che mi sembra, tra i fotografi, un diffuso bisogno di “esprimere se stessi” per trasformarlo in atto creativo, in scoperta, in arte, in lavoro o in impegno sociale.

Con il Blog e, prossimamente, con la pubblicazione del manuale di “fotografiaeretica” sul linguaggio fotografico, la funzione visiva, la teoria dello sguardo, la percezione della forma (Gestalt) e l’inquadratura, ho lanciato la mia sfida culturale all’omologazione del pensiero e agli stereotipi, per fare un po’ di luce sul modo di guardare e di percepire, con lo scopo di aiutare i fotografi e le fotografe che lo vogliono, a dar forma a quello che sentono dentro e al bisogno di esprimerlo.
Siate Eretici

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